Il culto popolare di Santo Stefano a Ripa Teatina

Il culto popolare di Santo Stefano a Ripa Teatina

Il culto popolare di Santo Stefano a Ripa Teatina nelle parole di Graziano Esposito.

Prosegue la collaborazione con l’amico Graziano Esposito da Ripa Teatina. Oggi pubblichiamo il suo scritto sul Culto di Santo Stefano Protomartire in Ripa Teatina, a cui è dedicata anche una Chiesa. Abruzzo Oggi lo ringrazia di cuore per le sue ricerche storiche sempre precise ed attente, oggetto anche di pubblicazioni.

La Chiesa di Santo Stefano a Ripa Teatina foto
                                                     La Chiesa di Santo Stefano a Ripa Teatina

Il culto popolare di Santo Stefano a Ripa Teatina

Quando nel VI secolo la diffusione del cristianesimo arrivò nei nostri paesi, le comunità furono chiamate a scegliere, tra la schiera dei santi martiri, i loro protettori.

La comunità di Ripa scelse il primo che patì il martirio per la sua fede in Gesù: Stefano di Gerusalemme, il Protomartire.

Di lui s’ignora la provenienza, gli studiosi ipotizzano che fosse greco o un ebreo educato alla cultura greca, il suo nome si traduce in “coronato”.

Certamente fu uno dei primi a convertirsi al cristianesimo e a seguire gli apostoli e, considerata la sua fede e la sua cultura, divenne il primo dei diaconi di Gerusalemme.

Gli ultimi giorni di Stefano sono narrati dagli Atti degli Apostoli nei capitoli 6 e 7.

Dopo la Pentecoste

Dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorse dei dissidi tra gli ebrei di cultura greca e quelli di cultura ebraica, i primi si lamentavano che le loro vedove erano trascurate.

I dodici, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi trascurassero la parola di Dio per il servizio alle mense, pertanto questo servizio fu affidato a sette diaconi eletti dalla comunità.

Il primo a essere eletto fu Stefano, come specifica gli Atti, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, e Stefano faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo.

Siamo intorno agli anni 33 o 34 quando gli ebrei ellenistici, gelosi del gran numero di conversioni, sobillarono il popolo contro di lui e lo trascinarono davanti al Sinedrio, con l’accusa di pronunciare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio.

Il lungo discorso di Stefano all’assemblea

Di fronte all’assemblea Stefano pronunciò un lungo discorso, ripercorse la Sacra Scrittura dimostrando che tutto era stato preparato per l’avvento del Signore.

Terminò il suo intervento con un’accusa severa contro i sacerdoti, accusandoli di essere gente testarda, pagana nel cuore e nelle orecchie che fanno resistenza allo Spirito Santo.

Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentavano contro di lui, Stefano, ispirato dallo Spirito disse: “ Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.

I presenti si scagliarono contro di lui e lo strattonarono fin fuori le mura della città e qui lo lapidarono.

Non fu un’esecuzione

Per la verità non fu un’esecuzione, giacché il Sinedrio non aveva la facoltà di condannare a morte, ma fu un vero e proprio linciaggio popolare.

Mentre il giovane soccombeva sotto i colpi delle pietre, disse “ Signore Gesù, accogli il mio Spirito”; e concluse la sua vita terrena con parole di perdono.

I riparoli e Santo Stefano

I riparoli scelsero questo personaggio forte e audace, e allo stesso tempo dolce e pieno di compassione.

Stranamente non lo festeggiavano il 26 dicembre come tutta la chiesa cattolica, anche se quel giorno non mancavano messe in suo onore, ma la seconda domenica di maggio.

E’ comprensibile lo scambio di data in considerazione del disagio invernale per una festività popolare, mentre il mese di maggio è il periodo della dolce stagione, la porta dei lavori estivi e il tempo migliore per organizzare una fiera.

Le ricerche d’archivio

Nelle ricerche d’archivio abbiamo trovato una deliberazione dell’università di Ripa risalente al 1760. Nell’incipit del provvedimento si legge:

Per la festa si Santo Stefano Protomartire, solita a solennizzarsi da quest’Università nella seconda domenica di maggio, per l’incontro con la solennissima festa di San Giustino, protettore della vicinissima città di Chieti, si trasferì nella terza domenica a 18 maggio 1760”.

Le festività dei paesi limitrofi si tenevano in grande considerazione e si cercava di non accavallare mai le date delle feste.

Si teneva in particolare considerazione la festività organizzata dalla città di Chieti che aveva più risorse disponibili rispetto agli altri paesi.

La festa

La festa non era soltanto uno svago, era soprattutto la fiera, ossia, una delle rare occasioni per vendere i propri prodotti, più fiere vi erano, più erano le occasioni di guadagnare denaro.

Quell’anno la festa di Santo Stefano di Ripa coincideva con la festività di san Giustino, e com’era tradizione, fu spostata alla domenica successiva.

I prodromi della festa iniziavano quindici giorni prima, infatti, era tradizione che il tamburino dell’Università girasse per il paese e le campagne annunciando il giorno della festa sia la mattina sia la sera.

Le spese

Le spese erano tutte a carico del consesso cittadino. La festa iniziava il sabato e terminava la domenica sera. 

I primi soldi si spendevano per la confezione dei palii. Il palio era il premio assegnato ai vincitori delle varie gare.

I giochi

I giochi si svolgevano la domenica ed era il momento di maggior divertimento. Consistevano in tre gare: “La carriera degli appedoni”, ossia la corsa semplice a piedi, non sappiamo se era una specie di maratona o una corsa sprint.

La seconda gara consisteva nella corsa dei sacchi, era il gioco più divertente, dove i concorrenti spesso cadevano e ruzzolavano nella polvere.

Il terzo gioco era la corsa dei somari.  

Per i contadini del luogo, era il momento di mostrare l’abilità del loro animale, che per un giorno era sottratto alle dure fatiche della campagna.

Pensiamo che il tragitto più logico per tale corsa fosse quello che partiva da Porta Orientale per giungere nei pressi del convento francescano.

La corsa più nobile, riservata ai cavalli, si svolgeva, invece, nella festività di agosto dove si affrontavano prima i cavalli ronzini e poi quelli berberi ed erano sempre premiati col palio.

I fuochi d’artificio

Si comprarono dieci libbre (3,3 Kg) di polvere da sparo per i fuochi d’artificio. Quell’anno 1760 si chiamò Angelantonio d’Urbano, maestro d’artificio di fuoco di Fara Filiorum Patri.

Si spararono mortai nel primo vespro, all’apertura della festa, durante la messa solenne e nelle processioni del sabato e della domenica.

Inoltre si spararono “folgore in aria, botti in batteria, fontane e girelle”.

La musica

Per la musica si chiamarono  la paranza di suonatori di Carminantonio Lotti di Chieti con viola, violino e violoncello; un’altra paranza di Domenico Caporale sempre di Chieti e quella di Gabriele Firmano di Villamagna.

Poi si chiamarono quattordici tamburini e biferi (pifferi) forestieri per suonare durante la festa.

La festa di maggio

La festa di maggio era l’unica solennità che il paese dedicava al santo patrono fino ai fatti del 1566, quando i turchi attaccarono il castello e gli abitanti, grazie anche all’intercessione di Santo Stefano, sconfissero gli ottomani, strappando loro quella bandiera, che ancora oggi è sventolata davanti al simulacro del santo.

Da quel momento le festività in paese diventarono due: quella di maggio e quella del 3 e 4 agosto, proprio i giorni della liberazione dall’assedio turco.

Per diversi secoli gli amministratori dell’Università avevano garantito entrambe le solennità.

Pian piano, le limitate risorse finanziarie hanno causato la soppressione della prima per convogliare le forze organizzative sulla seconda, arricchita, dal 1743, anche da un’imponente fiera, che partiva dalla soglia della chiesa rurale di Santo Stefano, si estendeva per tutta la piana, fino all’attuale chiesa di San Rocco.

La processione penitenziale

Adesso non rimane che chiarire l’ultimo atto votivo che i riparoli rivolgono al santo patrono. Ci riferiamo alla processione “penitenziale”dell’8 maggio.

Ho messo tra virgolette penitenziale, perché si pensa che quella processione sia legata alla protezione dei raccolti, a una tutela preventiva contro le grandinate.

Quest’idea è supportata dal racconto popolare che narra di una volta in cui il parroco non volle far uscire la processione e si riversò sul paese una poderosa tempesta con forti grandinate che distrusse tutto il raccolto.

Crediamo che le cose siano un po’ più complesse.

L’antica tradizione

Esisteva a Ripa un’antica tradizione che consisteva nella celebrazione, l’8 maggio, di una messa solenne in onore del patrono, come testimoniano i documenti del 1760, tradizione di cui s’ignora l’origine.

Quando si soppresse la festa di maggio a vantaggio di quella d’agosto, si volle introdurre nella messa dell’8 maggio anche la processione del simulacro del santo, come vestigia della festività abolita.

Così si è tramandato fino ai nostri giorni.

Si volle aggiungere in quel giorno, anche la “menata della bandiera”, l’antichissima tradizione di sventolare la bandiera presa ai turchi nell’assedio del 1566.

Quest’anno…

Quest’anno tutta la cerimonia è stata velata da un senso di tristezza, la messa sui social, la mancata processione e la menata della bandiera eseguita nella solitudine più assoluta.

Forse da queste situazioni possiamo trarre degli insegnamenti e magari ci aiuteranno ad apprezzare e rilanciare le nostre antiche tradizioni.

 

Graziano Esposito

                                                                                                                                 26 maggio 2020

 

Fonte foto dell’articolo “Il culto popolare di Santo Stefano a Ripa Teatina”: Graziano Esposito (per gentile concessione)

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