I Malati Immaginari

I Malati Immaginari si raccontano

I Malati Immaginari si raccontano: la nostra intervista al duo.

Con loro abbiamo parlato di un po’ di tutto… Della loro storia (breve ma già intensa), dei loro videoclip e delle loro canzoni.

I Malati Immaginari si raccontano: la nostra intervista

Come, dove e quando sono stati fondati I Malati Immaginari?

I Malati Immaginari nascono a Vasto nell’autunno del 2019. Il tutto è iniziato in modo molto naturale, eravamo amici già da un anno. E così davanti a una birra, tra i vari discorsi, una sera di settembre, Dario fece la proposta indecente. Chitarra e batteria, che ci frega, proviamoci. Alla fine andavamo d’accordo su tutto, avevamo gli stessi gusti musicali e le stesse ambizioni. Quindi, perché no? E da quel momento non ci siamo mai fermati, nemmeno durante il lockdown che sarebbe arrivato di lì a poco. Durante quel periodo, costretti a “contenere” i volumi, Laura ha sperimentato il cajon per la prima volta. Possiamo dire che l’embrione del nostro suono attuale risale a quel momento di “clausura”.

 
Come avete vissuto “artisticamente” quel periodo?

Sin da subito avevamo capito che la nostra vita sarebbe cambiata, e abbiamo immediatamente reagito. Ci eravamo imposti di scrivere almeno un brano a settimana, e lo abbiamo fatto. Via telefono, chat, Zoom. Scrivevamo a distanza e registravamo ognuno per conto proprio le proprie parti, che finivano poi nei video che abbiamo pubblicato sui social in quel periodo. Un video e una canzone nuova a settimana, un appuntamento fisso sul nostro Facebook. È stato molto formativo, perché una volta rimesso il naso fuori è stato semplice ri-unire ciò che era stato violentemente separato. 

 
Quindi esistono registrazioni di quel periodo?

Se si spulcia a fondo il nostro Facebook, esistono ancora tutti i video di quel periodo. Oggi ci fanno anche un po’ sorridere, siamo tanto cambiati, ma abbiamo deciso di mantenerli pubblici perché siamo fieri della nostra evoluzione. Ci sono sia video con la prima formazione, quella con la batteria, sia i video “a distanza” del lockdown 2020.

 

I Malati Immaginari si raccontano: la nascita del nome e dei brani della band

Da dove nasce invece il nome “I Malati Immaginari”?

Il nostro nome nasce dalla realtà, purtroppo. Siamo due ipocondriaci patologici, abbiamo un trascorso di attacchi di panico e stati d’ansia continui. Il nostro suonare insieme è stato di fatto una forma di terapia di gruppo. Nei primissimi tempi, durante le nostre telefonate ci raccontavamo millemila sintomi e ci tranquillizzavamo a vicenda. La musica talvolta non rientrava nemmeno nei nostri discorsi.

Nel tempo siamo di fatto guariti, siamo liberi da quella schiavitù, e il merito è tutto della musica. Ma nei primi tempi in cui suonavamo insieme, talmente era tanta la gioia di aver trovato un proprio “simile” nell’ipocondria, che decidemmo di prendere questo nostro limite e farne una bandiera. E così il nome I Malati Immaginari arrivò naturalmente da solo, in un discorso in macchina a un semaforo dietro casa di Laura.  

 

Come scrivete i vostri brani?

La maggior parte dei nostri pezzi nascono jammando in sala prove. Ognuno porta le proprie idee e le mischiamo insieme. In due è semplice, anche perché abbiamo compiti nettamente distinti e separati. Il risultato, spesso, è una perfetta fusione del nostri personali “sentimenti” musicali. Quando jammiamo, lasciamo il registratore acceso per oltre due ore. Poi, riascoltando il tutto con attenzione, selezioniamo le idee migliori e ci lavoriamo, aggiungendo il testo, lavorando sui suoni e sulle strutture. 

 

Quindi si parte prima dalla musica o dalle parole?

Sempre prima la musica. È la musica stessa che ci suggerisce le parole o il mood di quello che poi sarà il testo finale. E nei testi non abbiamo mai barato, ma ci siamo imposti da subito di raccontarci senza troppi veli. Un testo sincero e sentito, risulta anche più convincente per chi ascolta, di solito.

 

I Malati Immaginari si raccontano: i riferimenti artistici, la cura nei dettagli, i social

Alla vostra musica sta forse stretta una classificazione… Quali sono i vostri riferimenti artistici? Con chi vi piacerebbe collaborare in futuro?

Con tutte le nostre band preferite, ovviamente! Scherzi a parte, ci piace la scena New Wave/Post Punk di inzio anni ‘80, il dream pop e lo shoegaze. Ci emozioniamo ascoltando i Depeche Mode, My Bloody Valentine, Beach House, Zola Blood, Trust. Poi Laura ha un’anima Radiohead e Nirvana, mentre Dario muore per Beatles e U2, ma qui si parla di fede… Se dobbiamo parlare dell’origine del nostro sound, spesso guardiamo a cosa accade in Inghiterra, Usa e Australia.

 

Ho notato che I Malati Immaginari sono molto attenti nella cura dei dettagli, dalla cura del look a quella degli arrangiamenti… E’ difficile secondo voi essere originali in una Regione che sforna e ha sfornato più cover band di qualunque altra?

Ma sai, l’Abruzzo di fatto è in linea con un trend nazionale. Le cover band sono comode, sia per chi ci sta dentro, sia per chi le fa esibire. I rischi sono ridotti all’osso, perché nel cartellone del tributo a Vasco, ad esempio, il traino vero è appunto il nome Vasco. Ma, siamo sinceri, le cover band e le band inedite si rivolgono a un pubblico e target differenti. È ovvio, dalla nostra prospettiva dispiace un po’ che un Paese come l’Italia, con la sua tradizione musicale, arranchi con una vera proposta inedita differenziata, con la conseguenza che spazi una volta dedicati alle novità, oggi per sopravvivere hanno rinunciato alla vocazione originale.

Ci chiedi se è difficile, appunto, essere originali… Sai, forse proprio per una sovrabbondanza di band tributo, essere originali non è poi così complicato. Per quanto riguarda l’aspetto visivo, invece, per noi è importante quasi quanto la musica, perché ha il compito di tradurre agli occhi ciò che è racchiuso nel suono. Per questo da subito abbiamo messo in piedi una squadra di professionisti che lavorano con noi. Stylist e truccatrice, fotografo, regista, tutte persone splendide che contribuiscono alla crescita del nostro progetto. 

 

A questo forse hanno contribuito anche le esigenze dettate dai social… Prima non c’erano Instagram e Facebook ad esempio…

Certo. Una volta però c’erano i libretti dei CD che vendevano milioni di copie. Per pubblicare tre fotografie si facevano migliaia di prove. Questo per renderci conto di quanta cura c’era nell’immagine anche all’epoca. Poi alla fine accadeva che i Nirvana scegliessero delle foto in pigiama per promuovere Nevermind. Noi amiamo i Nirvana in pigiama. Ma le scelte erano spesso dettate (anche) da logiche puramente aziendali. 

 

I Malati Immaginari si raccontano: i videoclip e le loro ambientazioni, l’opinione sui talent show e sulla situazione della musica in Italia

Guardando i vostri videoclip ho notato uno stile differente fra di essi… Ci potete parlare dei loro concept, delle ambientazioni…

I due videoclip, “Non Passa +” e “Bambola Parlante”, hanno avuto una genesi e uno sviluppo distinti e separati. Nel primo ci siamo di fatto messi in vetrina, puntando tutto sulla nostra immagine, il nostro corpo, e su costumi e make up ad effetto. “Non Passa +” è il nostro biglietto da visita. Ci sono Dario e Laura che si muovono e suonano in un universo nero. Quasi come a voler dire “Noi siamo questi e ci piace esserlo”.

Con il secondo video abbiamo preferito puntare a un approccio più cinematografico, ricco di citazioni. Ci siamo immersi in un mondo espressionista, come negli anni Trenta del ‘900, in bianco e nero. Dario è un Nosferatu post moderno, Laura una Bambola eterna, che si rincorrono nei sotterranei di un castello. L’idea del video e la sua realizzazione, regia compresa, è della nostra stylist Gaia Colonna, che con noi ha esordito dietro la macchina da presa. 

 

Come avete scelto le ambientazioni?

“Non Passa +” l’abbiamo girato in uno studio, un “limbo” a Roma. Dovevamo essere avvolti di nero, e per questo la crew ci ha immerso in questo stanzone gigante buio. Le riprese sono durate otto ore complessivamente, compresi i quattro cambi d’abito e make up. Uno sforzo davvero significativo, e per questo ringraziamo la regista Antonella Violante, il DOP Samir Iacovone e tutta la crew.

“Bambola Parlante” necessitava, invece, di una location lugubre e claustrofobica, preferibilmente storica e in rovina. E qui in Abruzzo, che è un set a cielo aperto, avevamo solo l’imbarazzo della scelta. Abbiamo girato nei sotterranei del Borgo Fortificato di Policorvo, in provincia di Chieti, qui nell’Alto Vastese. La crew stavolta è stata al 100% abruzzese. Regia, aiuto regia e DOP tutti di Vasto. Qui abbiamo avuto modo di metterci alla prova anche come attori. Seppure senza dialoghi, proprio come un film muto, ci siamo dovuti confrontare con un qualcosa che non avevamo mai provato. Siamo contenti del risultato, ma che fatica!!

 

Cosa ne pensate dei talent show e più in generale della situazione della musica in Italia? Dando un’occhiata alle classifiche è sempre più evidente che il trend è sempre più orientato verso la Trap…

I talent show sono la realtà attuale. È innegabile che è quella la vera fucina del mainstream, così come è innegabile che dai talent sono venuti fuori talenti limpidi e cristallini. Noi abbiamo scelto un altro percorso, forse più in linea con le nostre reali inclinazioni. A noi piace il contatto diretto con il pubblico, amiamo suonare dal vivo e tutta la nostra attenzione e pianificazione è rivolta al mondo live. Anche perché, oggettivamente, I Malati Immaginari sono fuori il target dei talent tv. Non abbiamo vent’anni, e la nostra musica potrebbe non “arrivare” a un ventenne. Per questo, i talent li guardiamo in tv e li prendiamo per quello che sono. Uno show televisivo, in alcuni casi davvero ben fatto.

Ci chiedi poi della musica italiana, delle classifiche, del trend attuale, della trap… Sai, in un mondo in cui in classifica non trovi più le chitarre, non ci viene nemmeno la voglia di leggerle. Noi andiamo avanti per la nostra strada, e se le masse gradiscono la trap, non ci vediamo nulla di male. Non abbiamo la pretesa di piacere a tutti, sarebbe folle. Noi suoniamo e suoneremo innanzitutto per gratificare noi stessi. E finché ci saranno persone che ci apprezzano e che macinano km per vedersi un nostro live, spesso lontani da casa nostra… Capisci bene che non abbiamo il tempo di guardare le classifiche e fare confronti con altri generi.  

 

I Malati Immaginari si raccontano: internet e la musica, il rapporto della band con l’Abruzzo, i progetti futuri e le differenze fra studio e live

Si dice che internet abbia ucciso la musica come la conoscevamo. Qual è la vostra opinione a riguardo? 

Abbiamo ovviamente un’ottima opinione di Internet. Se stiamo qui a parlare e lì a leggerci, è perché c’è un sito internet che ci pubblica, una serie di piattaforme streaming su cui abbiamo caricato la nostra musica e un portale stupendo come YouTube su cui ci sono i nostri videoclip. In questo modo tutti partiamo dallo stesso livello e tutti abbiamo le medesime possibilità di espressione e visibilità. Poi, se vogliamo discutere della qualità musicale media presente in rete, non basterebbero mille pagine per raccogliere tutte le opinioni. Noi come sempre siamo concentrati sui Malati Immaginari, che grazie a Internet, in due anni di lockdown, hanno raccolto i primi consensi proprio grazie ai social e alla libera possibilità di pubblicare tutto ciò che ci è passato per la mente. 

 
Qual è il vostro rapporto con l’Abruzzo?

Noi amiamo l’Abruzzo, è casa nostra e qui in Abruzzo abbiamo suonato davvero tantissimo. E abbiamo splendidi rapporti con i gestori dei locali che ci hanno dato la possibilità di muovere i nostri primi passi. Pensiamo al PK a Lanciano, al Futuro Imperfetto, Scumm e Ruff a Pescara, tutto il festival itinerante Do It Yourself curato da Simone Catena. Oltre, ovviamente, ai compianti Amenabar e Baubar a Vasto, dove abbiamo fatto i nostri primi due live.

A Brescia abbiamo poi conosciuto l’abruzzese doc Malcolm Kusa, che per puro affetto e stima nei nostri confronti, ci ha mandato in giro a suonare più volte nella zona di Teramo. Parliamo di persone che ci hanno dato fiducia da subito. Questo è l’Abruzzo. Talvolta ci ha però sorpreso l’aria da competizione che c’è tra le band. In fondo è comprensibile, ma crediamo che la vera forza dell’essere umano scaturisca dall’unione delle menti, non dall’isolamento.

 

Progetti futuri (se si possono rivelare)?

Certo! Siamo alle porte dell’estate, e per noi sarà un’estate on the road. Abbiamo già tante date in calendario, da nord a sud, di supporto ai Meganoidi, Capovilla e I Cattivi Maestri, Federico Poggipollini e altri. Sicuramente suoneremo in alcuni festival della penisola, avremo una data da headliner sul Lago D’Iseo a luglio. Ci stiamo dando da fare, non c’è che dire. Inoltre abbiamo il nostro primo ep in uscita, “Schiena Contro Schiena”, che sarà pubblicato da una prestigiosa etichetta di Milano con distribuzione Believe. L’uscita del disco la stiamo vivendo un po’ come una liberazione, nel senso che abbiamo tanto materiale nuovo che vorremmo lavorare a breve in studio. Inoltre, l’ep sarà anticipato dal singolo “Malata Immaginaria”, di cui stiamo realizzando il videoclip in questi giorni. Sia il disco, sia il singolo sono stati registrati all’Arte dei Rumori Studio di Napoli, con la produzione di Silvio Dott. Hope Speranza

 

Disco e live, appunto… Vi sentite più una band radiofonica o live-oriented? 

Ci consideriamo assolutamente una band dall’attitudine live. È strano come in studio ci “pieghiamo” alle esigenze radiofoniche a snellire le strutture e gli arrangiamenti per poter entrare in un certo minutaggio. Per noi la nostra musica trova la sua dimensione ideale sul palco. Suonarla ci fa star bene fisicamente, e alla fine dei giochi è l’unica cosa che conta. Anche perché è lì che avviene la perfetta fusione delle due teste dei Malati, quando i nostri strumenti, voce inclusa, si fondono tutti in un unico timbro, un unico sound. Per questo ci piace sempre pensare che il disco, il lavoro in studio, sia sempre una vetrina promozionale di quello che poi è il vero oggetto, ovvero il live. Stavolta lo ammettiamo, siamo veramente all’antica… 

 

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La foto nell’articolo “I Malati Immaginari si raccontano” è stata gentilmente fornita dalla band

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